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Dott.ssa Roberta Falcone
Nutrizionista

I prebiotici

Nel trattamento di obesità e sindrome metabolica

L’obesità è una condizione patologica, caratterizzata da accumulo eccessivo di tessuto adiposo in vari distretti corporei, primo fra tutti quello addominale; è causata da un lungo e persistente squilibrio tra due fattori: dieta ipercalorica, che porta a un elevato apporto energico, e ridotto movimento, che determina scarso dispendio energetico.

Fattori genetici, metabolici e ambientali si configurano come elementi chiave nell’insorgenza e nella progressione della patologia e, per tale motivo, oggi le strategie di intervento in ambito nutrizionale si concentrano sulla modulazione del microbiota intestinale attraverso una dieta personalizzata, calibrata nell’apporto quotidiano di fibra alimentare e integrata dall’utilizzo di probiotici, prebiotici e sinbiotici.

La fibra alimentare si divide in due tipologie:

  •  insolubile (presente nei cereali integrali, verdure a foglia verde e larga, frutta secca e semi oleaginosi) che, assorbendo acqua nell’intestino, contribuisce all’aumento del volume delle feci e a regolarizzare il transito intestinale;
  • solubile (presente nei legumi, in alcuni cereali tipo l’avena e nella frutta fresca) che nel lumen intestinale diventa una massa gelatinosa e viscosa, ed è così in grado di legare macronutrienti come i glucidi e i lipidi, rallentando il transito intestinale e inducendo sazietà.

Recentemente è stato dimostrato che la lunghezza delle catene e il grado di solubilità delle fibre influenzano differentemente la composizione del microbiota intestinale. A riguardo, è importante evidenziare che nei pazienti obesi già si assiste a una riduzione nella diversità dei Plyla, con sbilanciamento nella specificità delle tre principali famiglie quali Firmicutes (Gram-positivi), Bacteroidetes (Gram-negativi) e Actinobacteria (Gram-positivi).

Quanto precisato conduce a una importante riflessione sul fatto che non tutte le fibre alimentari possono essere considerate come prebiotiche, ovvero in grado di essere fermentabili selettivamente e di contribuire alla crescita, al differenziamento e all’attività dei batteri intestinali.

Sebbene la definizione di prebiotici risalga al 1995, solo nel 2004 questa è stata integrata e aggiornata da tre criteri fondamentali che rendono queste molecole benefiche per l’uomo.

Tra i parametri da rispettare sono riportati:

  1. La resistenza all’acidità gastrica e all’idrolisi degli enzimi intestinali;
  2. La possibilità di essere fermentata dai batteri intestinali;
  3. La capacità di stimolare selettivamente la crescita e/o l’attività microbica associata al benessere e alla salute dell’uomo.

La possibilità da parte dei batteri intestinali di utilizzare i prebiotici come substrato deriva dall’azione metabolica che esplicano, fornendo enzimi necessari per:

  • promuovere la biosintesi delle vitamine (K e gruppo B), isoprenoidi e aminoacidi (ad esempio lisina e treonina);
  • ridurre l’assorbimento del colesterolo, grazie all’azione di enzimi rilasciati dai Lactobacilli (bulgaricus e achidophilus) che riducono il colesterolo in coprosterolo, eliminabile attraverso le feci; 
  • trasformare gli acidi biliari primari, di origine epatica, in acidi biliari secondari. 

Infatti, gli acidi biliari coniugati escreti nella bile vengono in parte deconiugati, in parte deidrossilati in posizione C7 e in parte ridotti. La metabolizzazione degli acidi biliari da parte del microbiota intestinale aumenta la diversificazione e l’idrofobicità del pool di acidi biliari e ne facilita l’eliminazione attraverso le feci. La deconiugazione di questi, per rimozione di glicina e taurina, ne previene la ricaptazione nell’intestino tenue da parte del trasportatore ASBT e questa reazione dipende interamente dall’enzima idrolasi BSH (Bile salt hydrolase), rilasciata prevalentemente da Lactobacilli e Bifidobacteria;

  • generare SCFA;
  • utilizzare sia le fibre insolubili in acqua (come le cellulose e le emi-cellulose della crusca del grano, della parte fibrosa delle verdure, dei semi, dei frutti e dei legumi) che le fibre solubili (come le pectine e le mucillagini contenuti in avena, frutta, legumi, semi).

Le fermentazioni intestinali dipendono dalla struttura chimica della biomolecola ingerita, infatti i FOS (fruttoligosaccaridi a catena corta come pectina e inulina) sono metabolizzati a livello dell’ileo e del colon ascendente, i TOS (transgalattoligosaccaridi) non sono idrolizzati o assorbiti nell’intestino tenue, ma sono rapidamente fermentati nel colon prossimale.

I Larn suggeriscono un introito giornaliero di fibra intorno ai 25/30 g/die, che dovrebbe prevedere un corretto bilanciamento tra la quota solubile e quella insolubile, precisamente nel rapporto di 1:3.

Se questo rapporto risulta sbilanciato si assiste alla comparsa di effetti collaterali spiacevoli come la stitichezza, la flatulenza, il gonfiore e i dolori addominali.

A questo proposito un valido supporto è attualmente NUTRIOSE®, fibra solubile non viscosa all’85% circa, con contenuto di monosaccaridi e disaccaridi inferiore allo 0,5%, cha ha consentito di migliorare e risolvere la sintomatologia, legata ad un errato apporto di qualità e quantità nelle fibre ingerite.

Nutriose® è caratterizzata da legami glicosidi sia lineari che ramificati, che la rendono resistente alla digestione degli enzimi intestali e di conseguenza disponibile per le fermentazioni a livello dell’intestino crasso.

In un recente studio su soggetti in elevato sovrappeso, condotto da Guerin Demeraux[1], l’assunzione giornaliera di 14g, 18g o 24 g a seconda della tipologia del paziente (sovrappeso, obesità di I e II grado) per un periodo di 9 settimane, è stato associato all’aumento della percezione del senso di sazietà con conseguente riduzione dell’apporto energetico, all’ottimizzazione del peso e della composizione corporea in termini di percentuale di massa grassa.

Prove preliminari, hanno anche dimostrato, che il suo utilizzo può essere efficace:

  • nel trattamento e nel miglioramento dei parametri di glicemia, colesterolo e trigliceridi associati alla sindrome metabolica;
  • nella riduzione della risposta glicemica;
  • nella modulazione del senso di fame/sazietà;
  • nell’ecologia del microbiota, favorendo un ripristino essenziale dei Lactobacilli e Bacteroides e riducendo la concentrazione del Clostridum perfigens, aumentando, pertanto, la produzione totale degli SCFA e l’attività delle alfa e beta galattosidasi e riducendo il ph fecale.

Bibliografia
1. Guérin-Deremaux L, Pochat M, Reifer C, Wils D, Cho S et al.  Dose-response impact of a soluble fiber, NUTRIOSE®, on energy intake, body weight and body fat in humans. Global Epidemic. Obesity (Silver Spring) (2013)